
Johannes Urzidil was a German-Bohemian writer, poet, and historian, born in Prague to a German Bohemian father and a Jewish mother. His literary career began in the early 20th century, and he became known for his profound exploration of identity, culture, and the human experience. Urzidil's works often reflect the complexities of his multicultural background and the turbulent historical context of his time, particularly the impact of World War I and the rise of totalitarian regimes in Europe. Among his notable works are 'The Last Days of Mankind' and 'The Man Who Knew Too Much,' which showcase his unique narrative style and thematic depth. Urzidil's writing is characterized by its lyrical quality and philosophical insights, earning him recognition as a significant figure in German literature. His legacy is marked by his contributions to the understanding of exile and the immigrant experience, as he himself lived in exile after fleeing the Nazi regime. Urzidil's literary significance lies in his ability to capture the essence of a world in flux, making him a vital voice in 20th-century literature.
“Più tardi cominciò il tempo dei turbamenti, delle fughe e dei crolli, del sospetto e del tradimento, ma anche delle profonde testimonianze di fedeltà. Raramente si ebbe una più chiara dimostrazione di come la causa di tutte le afflizioni dell'esistenza, pubbliche o private che siano, risieda nel fatto che soltanto in casi eccezionali noi facciamo davvero, diciamo e addirittura pensiamo ciò che vorremmo fare, dire o pensare. Il male si univa alla stupidità, ovvero ai più, e perciò il bene, pur alleandosi con l'intelligenza, si trovò in una posizione difficile, quasi insostenibile. Le nature deboli si rifugiarono in opinioni prefabbricate. Tenevano il campo effimeri profittatori di effimere istituzioni di ogni colore. E quei pochi che si opposero si appoggiarono spesso a qualcosa che non era poi così diverso d ciò contro cui avevano protestato. A coloro ai quali la fuga in altri mondi non si addiceva, oppure era impossibile, rifugiarsi nella solitudine sembrò l'ultima possibilità di salvezza.”
“That Nazi floozy from the fourth floor, on the other hand, the one with the awful subhuman child, she told me not long ago in the hallway: “The most important thing is to get rid of all the Jews.” So I asked her, “Did one of them do anything to you?”—“God forbid, I’ve never even talked to one. But everyone knows how awful they are.” I said no more.”
“«Devo andare a casa» disse il forestiero. E intanto il suo volto sorrideva. In un paese straniero, in un villaggio straniero, in una casa estranea, in una camera con mobili estranei. Vi collochiamo un paio di oggetti nostri. E questa è ora la nostra «casa», ogni giorno lo diventa di più, per mezzo dei pensieri e dei sentimenti che in essa viviamo e di cui la stanza si riempie. I pensieri si collegano con la stanza, con i suoi oggetti, con la pittura delle sue pareti, che al mattino, dopo il risveglio, ci avvezziamo a seguire con lo sguardo. Ora questa stanza è chiaramente delimitata dal resto del mondo. E' un posto di cui siamo responsabili, la difendiamo e ne vantiamo i pregi in confronto agli evidenti svantaggi di tutto il resto.”
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