
Giuseppe Garibaldi was a pivotal figure in the Italian unification movement, known for his military prowess and revolutionary spirit. Born in 1807, he initially embraced the republican ideals of nationalist leader Giuseppe Mazzini and became involved in the Young Italy movement. His early life was marked by a commitment to the cause of Italian independence, which led to his exile in South America after a failed uprising in Piedmont. During his 14 years abroad, Garibaldi honed his guerrilla warfare skills while fighting in various conflicts, including the Ragamuffin War in Brazil and the Uruguayan Civil War, where he commanded an Italian force known as the Redshirts. Upon returning to Italy in 1848, Garibaldi played a crucial role in the military campaigns that ultimately led to the unification of Italy. He was instrumental in the capture of Lombardy during the Second Italian War of Independence and led the famous Expedition of the Thousand in 1860, which resulted in the annexation of Sicily and Southern Italy to the Kingdom of Sardinia. Garibaldi's pragmatic alliance with monarchist leaders, despite his republican ideals, was key to achieving the unification of Italy in 1861. His legacy as one of the 'fathers of the fatherland' endures, and he is celebrated not only for his military achievements but also for his unwavering commitment to the ideals of freedom and national unity.
“Abbia pazienza, Chavalley, adesso mi spiegherò; noi Siciliani siamo stati avvezzi da una lunghissima egemonia di governanti che non erano della nostra religione, che non parlavano la nostra lingua, a spaccare i capelli in quattro. Se non si faceva così non si sfuggiva agli esattori bizantini, agli emiri berberi, ai viceré spagnoli. Adesso la piega è presa, siamo fatti così. Avevo detto 'adesione' non 'partecipazione'. In questi sei ultimi mesi, da quando il vostro Garibaldi ha posto piede a Marsala, troppe cose sono state fatte senza consultarci perché adesso si possa chiedere a un membro della vecchia classe dirigente di svilupparle e portarle a compimento; adesso non voglio discutere se ciò che si è fatto è stato male o bene; per conto mio credo che parecchio sia stato male; ma voglio dirle subito che Lei capirà da solo quando sarà stato un anno tra noi. In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di 'fare'. Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui abbiamo dato il 'la'; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d'Inghilterra; eppure da duemila cinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è in gran parte colpa nostra; ma siamo stanchi e svuotati lo stesso.””
“Dietro la scrivania di don Calogero fiammeggiava una oleografia di Garibaldi e (di già) una di Vittorio Emanuele, fortunatamente collocata a destra; bell'uomo il primo, bruttissimo il secondo affratellati però dal prodigioso rigoglio del loro pelame che quasi li mascherava. Su un tavolinetto vi era un piatto con biscotti anzianissimi che defecazioni di mosche listavano a lutto e dodici bicchierini tozzi colmi di rosolio: quattro rossi, quattro verdi, quattro bianchi: questi, in centro; ingenua simbolizzazione della nuova bandiera che venò di un sorriso il rimorso del Principe che scelse per sé il liquore bianco perché presumibilmente meno indigesto e non, come si volle dire, come tardivo omaggio al vessillo borbonico. Le tre varietà di rosolio erano del resto egualmente zuccherose, attaccaticce e disgustevoli.””